Testimonianze

Quando ho abortito non avrei potuto immaginare che…

La mia storia di aborto è per tutte coloro che rimangono incinte in un momento “non adatto” della propria vita

Quando ho abortito non avrei potuto immaginare che…

Shutterstock/Oleg Golovnev

Sono libera!

È stato questo il motto che ho rivendicato come mio quando ho conseguito il diploma un semestre prima all’ultimo anno del liceo. Era il 1987, e sognavo solo di dare un calcio alla polvere della zona di provincia dell’Iowa in cui vivevo per iniziare la mia vita da adulta a Iowa City, il centro creativo del Midwest, dove programmavo di fare la cameriera e mettere da parte il denaro per le lezioni autunnali all’Università dell’Iowa. Cosa volevo? Cosa sarei diventata? Come avrei vissuto? Le possibilità erano inebrianti.

A 17 anni, ero sia orgogliosa che noncurante nei confronti della mia indipendenza appena conquistata. Il ragazzo che avevo a casa veniva a Iowa City a trascorrere la maggior parte dei weekend con me, e mi sono procurata una carta d’identità falsa che mi ha permesso di bere nei bar con i miei colleghi che avevano raggiunto l’età per farlo quasi ogni sera della settimana. Bevendo troppo e mangiando poco, non conducevo uno stile di vita sano e non mi sono preoccupata eccessivamente quando ho saltato qualche ciclo in estate. Solo quando ho compiuto 18 anni e sono diventata ufficialmente una matricola del college mi è venuto in mente che stavo prendendo peso e avrei potuto davvero essere incinta.

La clinica Emma Goldman era ad appena un isolato dal campus, al portone successiva a quello di una confraternita femminile e proprio dall’altra parte della strada rispetto al mio appartamento. L’accesso non avrebbe potuto essere più semplice. Al mio appuntamento del giorno dopo ho risposto a qualche domanda, ho fatto il test di gravidanza e mi è stato detto che ero incinta di circa tre mesi. Un operatore della clinica mi ha spiegato le tre possibilità che avevo: tenere quell’“essere”, darlo in adozione dopo la nascita o abortire prima che si sviluppasse ulteriormente. Visto che ero legalmente adulta e responsabile delle mie azioni, se avessi deciso di porre fine alla mia gravidanza non sarebbe stato necessario alcun parere o consenso dei genitori.

Vorrei poter dire di essermi tormentata all’idea di cosa fare della mia gravidanza inaspettata. La verità è che sapevo subito che avrei scelto l’aborto, e non avevo intenzione di condividere la situazione se non con il mio ragazzo. Le giustificazioni sono state tante. Né il mio ragazzo né io eravamo interessati a sposarci o a diventare genitori in quel momento. Anche se lui avesse suggerito altrimenti, volevo prendere in considerazione solo il mio futuro. Come adolescente della fine degli anni Ottanta e figlia di divorziati, scegliere l’aborto mi sembrava una sorta di passaggio per diventare una donna moderna. Perché abortire era un mio diritto in quanto donna, parte dell’indipendenza femminile.

Avere un bambino non avrebbe significato vivere con mia madre e il mio patrigno in aperta campagna senza mai finire il college? E poi non riuscivo a pensare a nessuna donna – per non parlare degli uomini – della mia cerchia di conoscenze che mi avrebbe fatto le congratulazioni e mi avrebbe incoraggiato a sacrificare la mia istruzione e la mia carriera per il bene di quell’essere non ancora nato.

Sulla base di queste nozioni e supposizioni, a metà ottobre sono tornata alla clinica Emma Goldman fermamente decisa a porre fine alla mia gravidanza. Lì, mentre mi trovavo sul tavolo operatorio e sentivo la pressione dolorosa di quell’“essere” che veniva estratto da una macchina che produceva un suono come di vuoto, sono stata sopraffatta da un attacco di pianto e da un fluire di emozioni che non riuscivo a capire. Cosa c’era da piangere? Non stavo solo rifiutando lo stile di vita senza prospettive di una maternità in una cittadina di provincia? Cos’altro avrei potuto considerare? Dopo tutto, gli aborti non erano una procedura medica di routine programmata ed eseguita quotidianamente da medici e infermieri in cliniche curate come quella del mio quartiere?

Da diciottenne incinta, non potevo pensare che un giorno in futuro, dopo anni in cui mi sarei sentita inspiegabilmente a pezzi in tanti settori della mia vita, sarei stata attirata verso Entering Canaan, un ministero collegato al Progetto Rachele che mi avrebbe aiutato a far risalire quella sensazione orribile a quel fatale giorno di ottobre sul tavolo operatorio. Non mi è venuto in mente che avrei dovuto elaborare l’inevitabile trauma fisico ed emotivo derivante dall’aborto e l’intensa vergogna nel cuore – in primo luogo per l’irresponsabilità di essere rimasta incinta, e in secondo luogo per l’egoismo di aver scelto l’aborto per poter essere “libera” di vivere la mia vita come volevo, capendo che avevo rifiutato non solo uno stile di vita, ma una vita vera e propria, quella del mio primo figlio.

No, la mia storia di aborto non può fare appello all’empatia che si prova nei confronti di una ragazza o donna sfortunata la cui gravidanza non pianificata è il risultato di uno stupro o dell’incesto. Sono profondamente addolorata per quello che è avvenuto a queste donne, e prego che siano circondate dal sostegno e dall’assistenza di cui hanno bisogno per andare avanti.

La mia storia d’aborto serve a tutte coloro che restano incinte in un momento “non adatto” della propria vita. Che ci piaccia o no, la gravidanza è un rischio che assumiamo come donne quando decidiamo di diventare sessualmente attive. Ciò significa ovviamente che se diciamo di no a quello stile di vita evitiamo del tutto quel rischio e non dovremo mai scegliere se tenere o abortire la vita che abbiamo aiutato a creare con l’uomo con cui possiamo condividere o meno un impegno.

Dire semplicemente no al sesso? Nella nostra cultura indulgente, è considerata una nozione ridicola e tinta di estremismo religioso. Intendo dire che serve molto autocontrollo per dire di no alle nostre necessità materiali e ai nostri desideri fisici, soprattutto quando siamo sopraffatti dagli ormoni adolescenziali. E tuttavia è solo questo che serve: un po’ di autocontrollo.

Immaginate per un momento un mondo in cui la gente eserciti regolarmente l’autocontrollo in risposta ai propri impulsi fisici ed emotivi. È il mio corpo, la mia vita, e ho la libertà di dire no al sesso o a qualsiasi altra azione dalle conseguenze permanenti. Richiama molto la pace e la libertà – e i “diritti” riproduttivi delle donne – che tutti diciamo di sostenere.

[Traduzione dall’inglese a cura di Roberta Sciamplicotti]