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Morte al demente

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Legiferare sulla vita, cambia la prospettiva che abbiamo sulla vita. Il caso Olandese.

Quasi un medico olandese su tre – il 27%, per la precisione – prenderebbe senza problemi in considerazione una richiesta di suicidio assistito avanzata da persone ‘stanche di vivere’ in presenza di una condizione medica grave, e quattro su dieci sarebbero disposti ad aiutare a morire anche chi si trovasse ancora ad uno stadio iniziale di demenza. Anche se potrebbe sembrare, non si tratta di un film dell’orrore, bensì dell’esito di un recente sondaggio appena pubblicato sul Journal of Medical Ethics a cura di un team di ricercatori che, fra ottobre 2011 e giugno 2012, ha selezionato in modo casuale 2.500 fra medici di famiglia e specialisti in assistenza agli anziani, cardiologia, medicina respiratoria, terapia intensiva, neurologia e medicina interna trasmettendo loro un questionario al quale hanno risposto in 1.456, con gli esiti che si sono detti.

Il dubbio che, davanti ad una ricerca simile, potrebbe sorgere è: ma i medici olandesi sono forse impazziti? Come mai più di un camice bianco su tre accetterebbe, contraddicendo in pieno la propria deontologia professionale, di dare la morte anche a pazienti che versassero in una condizione iniziale di demenza? Il “giurista puro”, colui per il quale l’eutanasia è essenzialmente questione di atteggiamento normativo – o favorevole o contrario – è libero di disinteressarsi della questione. Chi però ha ancora a cuore il destino di una società e della comunità in cui vive non può ignorare i numeri davvero sconvolgenti poc’anzi ricordati e fare a meno di interrogarsi sulla loro origine. E’ un caso che quel sondaggio sia stato svolto proprio fra terapeuti olandesi? Se lo stesso questionario fosse stato somministrato, per esempio, a medici italiani gli esiti sarebbero stati gli stessi?

Difficile, anzi difficilissimo; e non è ovviamente un caso che lo scenario ricordato rifletta l’atteggiamento di una percentuale non trascurabile del personale medico dei Paesi Bassi. Quello è, infatti, un Paese fra i più tolleranti al mondo nei confronti della “dolce morte”, non più perseguita dal ’94, e nel quale, dal 1º aprile 2002, una legge che stabilisce precise condizioni – tra le quali, da un lato, l’accertata presenza di dolori insopportabili e, dall’altro, l’assenza di prospettive di miglioramento – alla luce delle quali la richiesta di morte di un paziente è da considerarsi a tutti gli effetti lecita. Ma allora come si spiega, da parte dei medici, un atteggiamento favorevole alla morte persino per le persone semplicemente ‘stanche di vivere’? A prima vista sembrerebbe trattarsi di un’anomalia dal momento che la citata normativa non disciplina affatto questa fattispecie, e pare dunque strano che dei cittadini, fra l’altro proprio quelli impegnati in un compito tanto alto e nobile quale è quello della cura, la pensino in quel modo.

In realtà, gli esiti del succitato sondaggio – per quanto inquietanti – non sono sorprendenti. E il motivo per cui non lo sono, motivo che i lettori de La Croce più di altri potrebbero intuire giacché al riguardo si è già scritto, deriva dal fatto che non esiste normativa al mondo, tanto meno sul versante bioetico, che disciplini un fenomeno senza concorrere a determinare l’atteggiamento che i consociati hanno verso lo stesso. Significa che una volta che uno Stato, per esempio, consente l’aborto procurato “a certe condizioni” il cittadino medio di quelle “condizioni” si dimentica in fretta perché il messaggio che resta è ben altro: sopprimere i bambini prima che nascano è forse un atto poco simpatico, ma non è grave. E significa anche, venendo all’eutanasia, che una volta che uno Stato ammette che, “a certe condizioni”, la vita possa essere ritenuta indegna di essere vissuta, a fissarsi nella mente delle persone non sono certo quelle “condizioni”, bensì l’idea che la dignità umana abbia un valore relativo a seconda di quello che ciascuno vi attribuisce.

Converrà dunque fare pensarci bene, allorquando se ne discutesse, prima di esprimere un giudizio favorevole alla cosiddetta “dolce morte” perché, come insegnano i fatti e l’esperienza di altri Paesi, una volta legalizzata, quella presunta dolcezza, nel giro di poco, tende a diventare amara. Parecchio amara.

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