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Corea del Nord? Un inferno per i cristiani…

PETER PARKS
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Almeno 50 mila persone sono ai lavori forzati perché membri di una chiesa. Un libro racconta la verità dei gulag nordcoreani

La Corea del Nord è davvero la cosa più simile all'idea di inferno per chiunque non faccia parte della sua elite politico-militare. Se poi si è cristiani, le cose possono solo peggiorare, dimostrandocosì  tutto il disprezzo che il regime di Pyongyang ha per la dignità umana e il concetto stesso di libertà.

La Corea del Nord è uno stato ateo dove vige una religione di ferro: il culto del defunto Kim Il-sung (definito come "presidente eterno" della Corea) e della sua famiglia. Come in una sorta di grottesca parodia, nonno, padre e figlio sono consacrati alla guida del paese da una distorta ideologia del “sangue” che mette tutti quanti di fronte a beni e punizioni in base alla propria famiglia. Sei il figlio del “Caro Leader”? Onori e agi. Sei il figlio di un oppositore (categoria molto labile…)? Finisci in galera, perché i traditori della lotta di classe vanno “depurati fino alla terza generazione”. Il “crimine” politico si trasmette per via ereditaria.

La persecuzione al cristianesimo
Il regime ha quindi da sempre tentato di ostacolare oltre al dissenso, la presenza religiosa quanto tale. In particolare vengono colpite le comunità di buddisti e cristiani, imponendo ai fedeli la registrazione in organizzazioni controllate dal Partito. Sono frequenti le persecuzioni brutali e violente nei confronti dei fedeli non iscritti e di coloro che praticano l'attività missionaria. Da quando si è instaurato il regime comunista nel 1953, sono scomparsi circa 300mila cristiani e non ci sono più sacerdoti e suore, con ogni probabilità uccisi durante le persecuzioni (AsiaNews, 10 giugno).

A questo si aggiunge una spietata “caccia al battezzato” che esula dal confine coreano, verso tutti quei coreani che – in Cina – entrassero in contatto con le chiese cristiane.

Una fonte di Asia News che si trova a Sinuiju, nella provincia Pyongan settentrionale, raccontava che : "Il personale della sicurezza di Stato che si trova in Cina lavora in maniera continua per arrestare i visitatori nordcoreani che entrano in contatto con i cristiani. Molto attivi sono gli impiegati dei consolati, mentre giovani funzionari della Ricognizione sono stati mandati in Cina proprio per questo motivo. Girano cercando di fare arresti" (10 giugno).
 

Il regime dei campi di “rieducazione”
Secondo le stime di diverse associazioni umanitarie, oggi tra le 80mila e le 120mila persone sono 
prigioniere in questi campi
– di cui Pyongyang finora ha continuato a negare l’esistenza. Il sistema è simile a quello dei gulag sovietici e, si legge nel rapporto, prevede il concetto orribile di “colpevole per associazione”, per il quale i familiari – a volte per diverse generazioni – dei detenuti politici vengono trattenuti nei campi a causa solo di tale legame di parentela. Nel sistema coreano la reclusione in un campo di lavoro è l'inizio di un percorso di degrado materiale e morale che diviene terrificante (Gariwo, 25 novembre).

L'osservatorio internazionale Open Doors stima che da 50.000 a 70.000 cristiani siano internati nei campi di lavoro: vale a dire da un quarto a oltre un terzo di tutti i detenuti che, secondo il governo sudcoreano, sono 150.000 e, secondo il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti, addirittura 200.000 (La Nuova Bussola, 9 dicembre)

"Fuga dal campo 14"
L'assurdità del regime nordcoreano si può riassumere nella storia descritta dal fuoriuscito Shin Dong-hyuk che racconta di come moltissimi bambini nascono nei campi, tra violenze, torture e percosse. La maggior parte dei prigionieri è detenuta senza neanche un processo, ed è costretta a dividere celle di 40 metri quadri con altre 50 persone. Chi è in carcere subisce violenze e abusi, può lavarsi solo una volta al mese e spesso muore per il freddo. La storia di Shin Dong-hyuk (32 anni circa) è stata raccolta dal giornalista americano Blaine Harden, è raccontata in un libro tradotto quest'anno in italiano (“Fuga del campo 14”, Codice edizioni).

Il resoconto è terrificante: le condizioni materiali di vita descritte raccontano di cibo sempre insufficiente e di pessima qualità, spaventosa mancanza di igiene, abiti del tutto inadatti a proteggere dal clima, indossati senza biancheria intima finché cadono a pezzi, logori e incrostati di sudiciume, per letto pavimenti gelati e poi giornate di lavoro interminabili nelle miniere, nelle fabbriche e nelle fattorie, sotto la sorveglianza di guardie brutali.

Ma il peggio, ciò che davvero sconvolge il lettore occidentale è la miseria morale, la solitudine affettiva totale, i livelli di crudeltà, corruzione, perfidia disumanizzanti che rendono spietati tutti, carcerieri e detenuti.

Dalla nascita fino alla fuga all’età di 23 anni, Shin ha ignorato il significato di parole come amore, speranza, carità, fiducia, se mai le ha sentite pronunciare da qualche carcerato nato fuori dal campo.

Come spiega una recensione del volume ad opera de La Nuova Bussola Quotidiana: “L’uomo e la donna che lo hanno generato erano stati accoppiati per decisione dei responsabili del campo dove, se no, avere rapporti sessuali era proibito e punito con la morte. Non hanno mai formato una famiglia: estranei per tutta la vita, tenuti separati, senza una casa in cui vivere, malgrado la nascita di Shin e di un altro figlio, salvo considerarli parenti allorché uno di loro commetteva una infrazione, ma solo per punirli tutti.

Nel padre, nella madre e nel fratello, né più né meno che in tutti i suoi compagni di scuola prima e poi di lavoro, Shin ha visto soltanto dei concorrenti nella disperata lotta quotidiana per sfamarsi tanto da non morire e per schivare i castighi e i compiti più gravosi, sempre temendo di fare le spese di qualche loro errore o di esserne denunciato, a torto o a ragione, per qualche infrazione, come lui stesso ha fatto più volte per ingraziarsi i suoi aguzzini. Nel campo – ha scritto Blaine Harden – «Dio non era né morto né scomparso, Shin semplicemente non lo aveva mai sentito nominare»”
(9 dicembre).

E l'ONU?
Di recente – in maniera alquanto inaspettata – la comunità internazionale ha cominciato a parlare di questa situazione, stigmatizzando il regime di Pyongyang e chiedendo la tutela dei diritti umani. Vedremo se gli alleati della Corea del Nord (Russia e Cina) in Consiglio di Sicurezza porranno il veto ad eventuali ispezioni e poi sanzioni. Intanto qualcosa si è mosso…

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